Lo chiamano il Respiro Antico.
È nelle radici, nel vento, dentro di te.
Fai un respiro piano. La storia sta per cominciare.
Nel Bosco tutti lo chiamavano semplicemente Orso. Era grande, lento e tranquillo, e quando camminava sembrava che persino la terra sapesse riconoscere i suoi passi. Ogni anno, quando le foglie cominciavano a lasciare i rami e l’aria prendeva quel profumo fresco e pungente che annunciava l’arrivo dell’inverno, Orso iniziava a prepararsi per il suo lungo riposo. Durante l’estate aveva raccolto erba secca e foglie morbide. Le aveva sistemate con cura nella caverna, formando un giaciglio caldo e profondo.
Gli animali del Bosco conoscevano quel momento. Orso sarebbe entrato nella sua tana e, poco alla volta, avrebbe cominciato quello che chiamava il grande respiro dell’inverno. Quella sera Zampy andò a salutarlo. La luce stava già scomparendo tra gli alberi e il freddo cominciava a scendere lungo i tronchi.
Dentro la caverna c’era odore di terra, foglie secche e legno. Orso era già sdraiato sul suo giaciglio. Zampy si sedette vicino all’ingresso, stringendosi nella sua mantellina blu. Gli sembrava strano pensare che Orso potesse restare lì per così tanto tempo mentre fuori il Bosco diventava freddo e le notti sempre più lunghe.
Orso gli spiegò che il suo riposo non cominciava tutto in una volta. Prima rallentava. Il corpo diventava più quieto. Il respiro più calmo.
I rumori del Bosco sembravano allontanarsi poco alla volta. Zampy rimase ad ascoltare. Il respiro di Orso era profondo e regolare, come se arrivasse dal fondo della montagna. Provò a imitarlo.
Inspirò così tanto che le spalle gli salirono quasi fino alle orecchie. Orso aprì lentamente un occhio.
«Non dobbiamo vincere una gara.»
Zampy sorrise. Questa volta riprovò senza sforzarsi. Lasciò entrare l’aria lentamente e poi la fece uscire con ancora meno fretta. Non cercò di riempirsi come un palloncino.
Non contò. Non cercò nemmeno di fare esattamente come Orso. Ascoltò soltanto. Sentì l’aria entrare dal naso.
La pancia muoversi appena. Le spalle diventare meno tese. Poi arrivò un pensiero, una cosa che avrebbe dovuto fare il giorno dopo. Subito dopo ne arrivò un altro, e poi un altro ancora.
Zampy aprì gli occhi. Orso gli disse che non era necessario mandarli via. I pensieri potevano passare. Lui poteva semplicemente accorgersi che erano arrivati e poi tornare al respiro. Zampy rimase in silenzio.
Fuori il vento muoveva i rami spogli. Qualche foglia correva sul terreno, ma dentro la caverna, invece, tutto sembrava più lento. Il respiro di Orso. Il suo. Persino il battito del suo piccolo cuore era più lento ora.
Zampy inspirò ancora. Questa volta sentì qualcosa che durante il giorno non notava quasi mai. Un ritmo tranquillo, presente da sempre. Sotto di lui c’era la terra.
Nella terra affondavano le radici degli alberi. Tra i rami passava il vento. Nella caverna respirava Orso. E dentro il suo piccolo petto respirava lui.
Per qualche istante tutte quelle cose gli sembrarono parte dello stesso movimento. Dello stesso respiro. Il Respiro Antico. Non era necessario che il suo diventasse grande e profondo come quello di Orso. Il suo restava piccolo, un respiro da topolino, ma apparteneva comunque allo stesso Bosco Incantato.
Zampy rimase seduto ancora un po’. Non cercava più di capire se stesse respirando nel modo giusto. Inspirava. Lasciava uscire l’aria.
Quando arrivava un pensiero, lo lasciava passare, e poi tornava ad ascoltare. Orso aveva ormai quasi chiuso gli occhi. La caverna era diventata silenziosa, ma non sembrava vuota. Era piena del profumo delle foglie, del vento lontano e di quel respiro lento che annunciava l’inverno.
Zampy si alzò senza fare rumore. Guardò Orso un’ultima volta e uscì. Il cielo sopra il Bosco era scuro e limpido. Tra i rami si vedevano le stelle.
Zampy percorse lentamente il sentiero verso il suo pentolone arrugginito. Ogni tanto un pensiero cercava di correre avanti. Lui non lo inseguiva. Non cercava nemmeno di cacciarlo. Respirava e tornava al sentiero.
Quella notte, sistemato nella sua piccola tana, riprovò il grande respiro dell’inverno. Naturalmente non era grande come quello di Orso. Non avrebbe mai potuto esserlo. Era il respiro piccolo di Zampy.
Lento quanto bastava. Tranquillo quanto riusciva. E mentre il sonno arrivava, Zampy sentì il vento passare fuori dal pentolone e immaginò il Respiro Antico continuare il proprio viaggio sotto le radici, dentro la terra e fino alla caverna dove Orso aveva già iniziato il suo lungo riposo. Il Bosco respirava. Orso respirava.
Zampy respirava. E, per quella notte, non serviva altro.
Il Respiro Antico scorre ancora.
Dormi adesso.
Ci vediamo nella prossima storia.
Il bosco veglia su di te.



